Il
rifiuto della "Linea Curva" nell'Arte e nella Musica
__________ Massimiliano
Mocchia di Coggiola
Difficile
stabilire un inizio ed una fine, un punto di congiunzione, un traguardo che avrebbe
da essere anche punto di partenza. Considerare il principio della fredda e geometrica
Art Déco come la fine di quell'arte raffinata e armoniosa che fu il Liberty,
o Art Nouveau, sarebbe un errore, per quanto l'una derivi, almeno esteticamente,
dall'altra. Se il Libery è un prodotto prettamente ottocentesco, ed
in particolare di quell'ultimo periodo del XIX secolo ancora intriso di romanticismo
classicista (per la sopravvivenza della quale i Salons parigini si davano un
gran daffare coll'aiuto tassidermico dei pittori "pompier") - patinato
di estetismo biblico moreauiano, di decadentismo e di simbolismo. Tutti "ismi"
dediti al languore più totale fiorenti in una società borghese che
vede poco a poco traballare i suoi precetti chiave di austerità e nazionalismo,
facendo posto alla Belle Epoque, e quindi ai primi cafè chantant, ed alle
muse ispiratrici di artisti e poeti: Sarah Bernard, Eleonora Duse, la Marchesa
Casati, e chi più ne ha più ne metta. Si balla il can-can, si beve
assenzio, si folleggia con eleganza e spirito di classe; e Toulouse-Lautrec ritrae
il tutto con occhio ironico ma nemmeno immune. Lara Vinca Masini rintraccia
le origini dell'Art Nouveau attorno al 1897, data in cui nasce a Vienna la Secessione,
guidata da Klimt e accompagnata dalla rivista Ver Sacrum. E tuttavia, a ben vedere
è già nella Parigi del 1880, tra salotti, ricevimenti e serate all'Operà
che nasce quel clima musicale e lezioso proprio dello stile Liberty: invero già
Proust è uno scrittore Liberty, così come lo sono i raffinati personaggi
dei suoi romanzi. Difficilmente infatti affermeremmo che Debussy e Hahn non componevano
"musica Art Nouveau". In particolare gli arpeggi melodici del primo
sono evidentemente l'equivalenza sonora di un Mucha, o di un qualunque decoro
floreale architettonico o d'arredo, tanto flessuoso e delicato quanto un après-midi
d'un faune.
Ho
parlato prima di stile Liberty in quanto fu un vero e proprio stile, in tutto
e per tutto; non si propose più come solo rinnovo estetico, ma anche culturale
e, possiamo affermare, di vita. L'industrializzazione poneva allora le basi per
quel problema di "riproducibilità dell'arte" che tanto tormentò
Benjamin - ma ancora ne siamo lontani. La novità stava proprio nel fatto
che grazie a questi moderni sistemi di produzione in serie il Liberty divenne
presto ben più di un gusto particolare: divenne una moda. Rivestire l'Idea
di una forma sensibile, logoro concetto romantico che entrò a far parte
anche della vita delle classi meno privilegiate - per quanto ancora riguardasse
una società "alta" e quindi in un certo qual senso chiusa.
Sulla scìa del Liberty s'inserì ben presto il Déco: l'evoluzione
fu talmente naturale che venne percepita dai contemporanei solo con l'avvento
dell'ultima fase del Déco, quello minimalista e monumentale degli anni
'30 del XX secolo, in Italia specialmente.
Se
il Liberty traeva linfa vitale dal romanticismo, dai preraffaelliti e dall'Arte
per l'Arte di Morris - innovazioni della metà dell'Ottocento ma ancora
attuali alla fine dello stesso secolo - il Déco si ispirò all'arte
allora più moderna, contemporanea. Il termine entrò a far parte
del vocabolario comune dal '25 con l'Esposizione Universale d'Arte Decorativa
ed Industriale Moderna di Parigi, ma a mio parere lo stile che avrebbe caratterizzato
il primo trentennio del Novecento veniva partorito già negli ultimissimi
anni del secolo precedente, con l'opera del Gruppo dei Quattro (Mackintosh, McNair
e le sorelle McDonald) in Scozia. L'adesione alla poetica della linea retta, la
stilizzazione geometrica ed i contrasti cromatici erano già entrati a far
parte del programma di questi celebri artigiani, rifiutando implicitamente la
flessuosità di vaga ispirazione giapponese che da Whistler in poi era stata
stemperata in quasi ogni prodotto artistico al di fuori dei Salons. Simili
in quanto mode "popolari", l'Art Nouveau ed il Déco sono invero
ben dissimili se se ne osservano le influenze culturali, letterarie e artistiche.
Scartando gli apporti ottocenteschi il Déco si rivolgeva alle moderne avanguardie
artistiche, ed inevitabilmente alle relative influenze culturali: abbandonando
le nipponerie, si rivalutava l'artigianato africano ed australiano, elevandolo
a nuova fonte d'ispirazione artistica. Non v'è casa di pittore, gallerista
o collezionista in questo periodo che non contenga almeno un grottesco mascherone
nero accanto al ritratto del padrone di casa od un filiforme idolino in ebano.
Lo studio di Jacques Doucet a Neuilly, espone opere di Braque, Picasso e Lipchitz
accanto a opere d'arte primitiva. E, manco a farlo apposta, lo stile architettonico
dell'appartamento di Doucet è in uno squisito stile Déco. Non
tutte le flessioni dell'Art Nouveau vengono rigettate dal Déco: le lezioni
austriache dello Jugendstil basate sull'impiego di una geometria insistita, pulviscolare
e strutturale furono i punti di partenza per quello sviluppo delle superfici lineari
e smaltate tipiche del Bauhaus, estremo punto d'arrivo. Al contrario vi furono
pure artisti che i ispirarono allo stile Déco creando veri e propri capolavori
artistici: si pensi alla scultura di Brancusi o ai ritratti di Tamara de Lempicka.
Per
quanto intellettualmente brusco, il passaggio tra i due stili fu esteticamente
ammortizzato, ed in linea coi principî sociali e politici in gestazione.
Mussolini dové essere ben grato a Hoffmann e Olbrich, massimi architetti
secessionisti, nel suggerire ai progettisti di regime i faraonici edifici statali
- influenza che è ben riscontrabile, al di là degli apporti politici,
anche nelle architetture torinesi che stilisticamente trovano posto tra il Liberty
e il Déco, di chiara ispirazione viennese.
Il
passaggio non fu altrettanto improvviso nel mondo della musica: sebbene Debussy
lasciasse il posto a Stravinskij, lasciandosi cogliere da un attacco di nausea
alla prima della Sacre du Printemps (1913), fu forse Maurice Ravel a cogliere
per primo il cambiamento che s'andava attuando già da lungo periodo nel
clima culturale dell'epoca, coniugando le violente innovazioni del compositore
russo con la grazia del gusto decadente; i suoi concerti per pianoforte, e soprattutto
il Concerto in sol, hanno palesi richiami alla musica jazz, che il compositore
aveva avuto modo di studiare durante un suo soggiorno negli Stati Uniti.
Ravel è stato definito un compositore "neoclassico", in quanto
egli, ancora negli anni '30, suggeriva echi musicali tipici del secolo da poco
trascorso. E tuttavia pochi al pari di lui seppero integrare un discorso musicale
prettamente ottocentesco, impressionista e a tratti simbolista, con elettrizzanti
iniezioni di modernismo. In America fu Gorge Gershwin a sviluppare ulteriormente
un tale discorso, avvicinandosi tuttavia ad un successivo stile di composizione
che, tralasciando Wagner, ritrova la compiaciuta ripetizione del tema principale
solo nell'ossessività di Part o Glass. E tuttavia non è possibile
dire che la sua opera sia essenzialmente Déco: in lui la musica jazz è
fin troppo predominante rispetto a ciò che nel Déco rimane "europeo"
a sottolineare così implicitamente il fatto che sì gli ingradienti
sono stranieri, ma il calderone ha da essere pur sempre nostrano.
Si
hanno in questo periodo anche interessanti collaborazioni tra i vari ambiti artistici:
cinema, pittura e musica si fondono in una cosa sola con Il dottor Mabuse
(1921) e Metropolis (1926) di Fritz Lang, mentre in Francia è l'esteta
Marcel L'Herbier a produrre il film più Déco della storia del cinema:
L'Inhumaine, del 1924; gli scenografi Alberto Cavalcanti e Fernand Léger
fecero riscoprire sotto una luce tutta nuova i grandi appartamenti gelidi aperti
su larghe vetrate o su finestre a ogiva tipiche di questo stile. Le linee geometriche
dei mobili, i parquet neri e bianchi, gli spazi asciutti e netti degli interni
di lusso, ripuliti da piume di pavone, sfingi e Salomé (ultimi rimasugli
dell'Art Nouveau) si offrono protagonisti agli occhi dello spettatore affamato
di bellezza. Significativo è il fatto che a comporre la colonna sonora
dell'eccentrico film di L'Herbier venne chiamato Darius Milhaud, il quale, assieme
a Francis Pulenc ed Erik Satie è uno dei compositori più influenzati
dalle esperienze culturali moderne.
Se
del secondo è facile e quindi inutile individuare opere di carattere prettamente
"moderno" (si pensi a Parade o a Relàche) e lontanamente
in linea col nostro discorso, del primo è difficile ma non impossibile
distinguere quelle sonorità che potrebbero trovare corrispondenze estetiche,
ad esempio, in un olio di Jean Dupas o in un'architettura di Marcello Piacentini,
massimo esponente dell'Art Déco a Roma. Tra tutte le opere di Pulenc invito
ad ascoltare quella che esteticamente senz'altro è la più "Déco":
l'Aubade, commissionatagli dai Visconti di Noailles nel 1929 - Visconti che
prestarono di buona grazia anche la loro villa, perfetto esempio di Déco
minimalista (era chiamato "il palazzo dei dadi", dacché tutta
la costruzione e le decorazioni sono quadrate o cubiche) alle riprese per L'Inhumaine